Matteo Renzi lascierà il PD ma non mancherà il suo sostegno al neonato esecutivo giallorosso. Una rottura a lungo preannunciata e cominciata da quel referendum costituzionale che gli costò il ruolo di premier. Chi ci ha guadagnato nel divorzio? Probabilmente tutti.
Il rottamatore è finito per essere rottamato dai suoi. Una rottura insanabile con i vertici del partito. Non certo una decisione sorprendente. E’ dal governo Gentiloni che non si parla che altro di una scissione di Renzi. Se poi aggiungete che le “sinistre” storicamente sono solite dividersi mentre le destre sono più compatte, come ha evocato in un tweet il ministro delle attività culturali Dario Franceschini, il gioco è fatto. E chissà che alcuni delusi di Forza Italia non confluiscano nel partito di Renzi. Sicuramente non ne farà parte l’altro grande scissionista, Carlo Calenda che ha idee politiche affini a Renzi, ma i due non si possono vedere. Ennesima dimostrazione che le simpatie personali contano di più delle idee politiche, come abbiamo visto tra di Maio e Salvini, che in realtà avevano ottimi rapporti sebbene i rispettivi partiti fossero al limite della sopportazione.
L’assenza di sottosegretari “toscani” non è stata di certo decisiva per la decisione di Renzi. Bolliva in pentola da un bel po’. L’ex primo ministro era completamente assente dai media nazionali ma su quelli esteri c’era eccome. Tra articoli e interviste sul New York Times, Renzi ha avuto un acceso dibattito con Marine Le Pen in prima serata sulla tv nazionale francese. Lo consiglio a tutti anche se non parlate francese. La mimica di Renzi parla da sola. Il tutto si può riassumere con ” Madame Le Pen Voi avete perso da Macron” e un “Sì, voi da Salvini”. Un cult. Casualmente un intervista di Repubblica era già in prima pagina la mattina seguente all’annuncio. Altra “coincidenza”. La notizia è stata data alle 11 di sera vicino alla chiusura dei giornali per avere la prima pagina. A quell’ora si scrivono le ultime notizie e circa alle 11.30 si manda in stampa in giornale per il giorno dopo. Come se non bastasse stasera Renzi sarà ospite di Porta a Porta in prima serata su Rai 1. Troppe coincidenze per pensare a una decisione istintiva. Il neo partito di Renzi, sono curioso del nome scelto, avrà un ruolo fondamentale nel neo-esecutivo e potrà essere decisivo nella nuova legge elettorale e nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022. Insomma, Matteo Renzi è tornato attivo anche in Italia.
Sul fronte PD c’è delusione, ma non disperazione. Zingaretti ha consolidato il ruolo di “garante” del partito. Mentre sembra sempre più leader politico Dario Franceschini. Il PD subisce l’ennesima scissione dopo quella di Speranza e Bersani. Avrà il compito oneroso e doveroso di governare in un clima non certo disteso e non certo per colpa di Renzi, ma per il difficile contesto globale. La frenata dell’economia tedesca è un pessimo segnale. I rendimenti così bassi dei titoli di stato sono un segnale che una crisi economica è alle porte. Se investire in uno dei paesi col debito pubblico più alto dell’eurozona è giudicato sicuro dai mercati, figuratevi che razza di aria tira.
Nei 5Stelle chi può dirsi soddisfatto è Luigi Di Maio. Ha un ruolo di prim’ordine alla Farnesina e la sua leadership non sembra messa in discussione dal protagonista del ribaltone di governo, Giuseppe Conte.
Chi veramente esce sconfitto dal proprio autogol è Matteo Salvini. Lo ammiro per il suo mordente e per la perenne campagna elettorale. Però nella Lega non parla nessuno. Ci si limita alle solite sferzate ai concorrenti per il voto di Salvini per bocca di chi? Sempre e solo Salvini che non cessa la sua perpetua attività di autopromozione. La Lega non sembra così compatta come affermava Giancarlo Giorgetti, ex sottosegretario del governo giallo-verde e vero “manovratore” del partito. Insomma continua con la sua dialettica populista-nazionalista alla Putin. Si sa, dai prati di Pontida al Cremlino di Mosca è un attimo.
Insomma la politica italiana è destinata a girare intorno ai “Matteo”. Vedremo cosa succederà. I colpi di scena non mancheranno ed è solo l’inizio.
Raffaele Giustini
